Viaggio in un’altra Africa
Alla parola Africa si associano principalmente due immagini: bambini con pance gonfie e mamme emaciate oppure lussuosi villaggi turistici costruiti con materiali vegetali e paglia. Ebbene, quest’estate ho fatto per la seconda volta un lungo viaggio in Tanzania durante il quale ho potuto vedere, ancora una volta, un’Africa molto diversa, affascinante e inquietante nello stesso tempo.
Premetto che grazie a una parente africana acquisita (matrimonio misto di un membro della mia famiglia) ho avuto accesso a luoghi dove non arrivano turisti. In parte perché non esistono strutture adatte per ospitare e ristorare visitatori stranieri. In parte perché, all’interno del paese, le strade asfaltate sono pochissime e quindi, per chi è debole di stomaco o di schiena, non è uno scherzo percorrere centinaia di chilometri con traballamenti continui.
Eravamo un gruppo di 12 persone, così a Dar es Salaam abbiamo preso a noleggio un pullmino con autista. La meta era un villaggio lontano circa 700 km in direzione ovest, cioè più o meno nel centro di questo grande paese sostanzialmente tranquillo. Per una decina di giorni abbiamo vissuto in questo villaggio dove le case sono costruite prevalentemente con bambù e terra, dove le galline girano liberamente seguite dai loro cuccioli e dove non è possibile vedere la televisione. Eravamo gli unici bianchi, con la parente che ci faceva da ponte nelle relazioni.
Abbiamo pensato fin dall’inizio di organizzarci, in modalità fai da te, secondo le regole del turismo ecologico per cui,
in questi 10 giorni, abbiamo dato lavoro a due donne e a un uomo: le due donne ci preparavano i pasti, direttamente sul fuoco come è usanza locale; l’uomo ci lavava i vestiti (a mano) e ci portava a far vedere i campi di riso, i suoi amici Masai, il fabbro, i suoi parenti, ecc. Ci spiegava anche come vengono costruite le case in terra battuta, ci portava a vedere dei piccoli campi di banane, degli orti, una piantaggione di alberi di teak che curava e dove, negli spazi vuoti, tentava la coltivazione di sesamo. Siamo stati invitati a pranzo da una nipote della nostra parente la quale lavora come maestra in una scuola elementare. Non è sposata e ha una bambina di circa un anno che viene curata dalla moglie del preside quando lei è in classe. Non vuole rivelare il nome del padre ma tutti, incluso me, sanno chi è. Nei villaggi è normale che le giovani donne mettono al mondo uno o due bambini prima di sposarsi e normalmente la famiglia del padre del bambino contribuisce alle spese indipendentemente dal fatto se la madre stia con un altro uomo o no.
Insomma, abbiamo visto una quotidianità africana, con persone che siedono in terra e cucinano sul fuoco a legna, prendono l’acqua in una fontana comune, lavano le stoviglie e i vestiti con una specie di sapone di Marsiglia, ma che usano cellulari, divorziano, preparano ottimi pranzi a base di riso e verdure, che hanno rispedito al mittente i semi di riso OGM perché non piace il sapore e perché le piante ricadono nell’acqua durante il periodo della pioggia e che ridono su come i bianchi si muovono.
Durante il soggiorno nel villaggio, la terra era un elemento omnipresente e decisivo. Diventava una presenza visiva estremamente forte appena lasciata la città Dar es Salaam. In parte perché spesso era intensamente rossa o viola. Inoltre si vedeva dappertutto: le strade sono in terra, ma anche le case e le piazzole intorno alle case le quali vengono spazzate ogni mattina per essere liberate dalle foglie cadute dagli alberi di banana e di mango, come succede da noi con le piazzole ricoperte di pietra o asfalto. Il vigore naturale del colore di terra viene in qualche modo rafforzato visivamente dalla carnagione degli africani. L’effetto che procurava quest’omnipresenza della terra era strano e un po’ inquietante, infatti, tutto il nostro gruppo raccontava di fare dei sogni estremamente intensi e spesso angoscianti. Ed è proprio questo uno degli aspetti più intensi ed indimenticabili dell’Africa interna.
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Molto BELLO!!!