Spulciando IKEA si scopre che…

L’anno scorso è uscito in Belgio il libro “IKEA: un modèle a démonter“, stampato in Italia nel settembre scorso con il titolo “IKEA che cosa nasconde il mito della casa che piace a tutti?” Con questo IKEA è stato spulciato esattamente com’è successo a Nestlé, Reebok, Nike e altri colossi della produzione che passano e ripassano da anni sotto l’esame di giornalisti e associazioni riguardo il loro comportamento etico verso lavoratori, ambiente e consumatori.

IKEA produttore di arredi: l’immagine che esce dalla ricerca è molto positiva. Il motivo? Primo di tutto, quando salta fuori un problema, l’azienda reagisce immediatamente consultando specialisti competenti e mettendo in atto provvedimenti intelligenti e funzionanti. Un buon esempio è il “caso formaldeide”: quando negli anni ‘80 in Danimarca e più tardi in Germania viene rivelata la presenza di formaldeide e di altre sostanze tossiche in alcune lavorazioni, IKEA non cerca di sminuire ma si affida a una società esterna, “The Natural Step”, prende delle misure concrete e avvia una politica ambientale efficace. Già nel 1991, su consiglio di Greenpeace, i cataloghi IKEA vengono stampati su carta senza trattamenti con cloro. Quando l’associazione tedesca Robin Wood prende di mira l’azienda per gli approvvigionamenti del legname, questa prende immediatamente delle misure: cambia la politica degli acquisti, finanzia il censimento delle foreste secolari e instaura una partnership con il Wwf per la gestione responsabile delleforeste.
E ancora, nel 1997 nel momento in cui alla società vengono fatte delle accuse di sfruttamenti di minori in India, Vietnam e Filippine da parte di ditte subappaltatrici, Ikea interviene senza perdere tempo e in più, con l’aiuto di Save the Children e Unicef, inizia un programma di scolarizzazione in alcuni paesi poveri.
Insomma, gli autori del libro ammettono che “la società non si è accontentata di una verniciata sociale, ma ha preso impegni concreti.” Però non fornisce l’elenco delle 1300 ditte subappaltate e collega tutti i suoi punti di vendita con un mezzo pubblico per attirare più clienti e non per un motivo più nobile. Il fondatore Ingvar Kamprad dichiara di non amare i sindacati, ma neanche il conflitto sociale. Ma, alla fin fine, ha importanza? Retribuzioni e contributi sociali dei dipendenti IKEA sono sempre stati di buon livello. Al contrario ho visto aziende con la certificazione etica dove i certificatori intervistano i lavoratori con contratto a termine in gruppo. Chi mai potrebbe permettersi delle critiche se non avesse già un altro posto di lavoro assicurato? Ho sentito di aziende note per l’impegno sociale/ambientale che impiegano i laureati (non i neo-laureati!) solo con contratti a termine, pagando i famosi 1000 euro al mese, molto meno del personale amministrativo impiegato con contratti regolari. Tutto sommato, facendo dei paragoni con la situazione reale ed attuale, IKEA viene fuori con un’immagine molto positiva in questo libro-ricerca.

IKEA come simbolo del consumismo invece è un’ altra storia. Ovvio che non si esce dal supermercato dell’arredamento senza aver acquistato qualcosa del quale si potrebbe benissimo fare a meno. E’ evidente che all’IKEA non si acquista la poltrona o la scrivania da dare in eredità al figlio. Ma è altrettanto vero che la coppia con stipendi medi (intesi come bassi) non potrebbe avere il confort in casa se dovesse acquistare tutto dal mobiliere o nei negozi di marche specializzate nei prodotti per bambini, che il giovane che esce di casa ha una reale possibilità di acquistare con le sue forze i mobili di base, dai colori chiari e leggeri.

IKEA Che cosa nasconde il mito della casa che piace a tutti? di Olivier Bailly, Denis Lambert e Jean Marc Caudron, ed. Anteprima, euro 12.