In cerca della naturalità
Passeggiando per New York, di questi tempi, si può avvertire un lieve incomprensibile disagio. Nulla a che vedere con la vertigine da grattacieli o la nevrosi da traffico: altre città sono ben più caotiche. Il disagio è per qualcosa che non c’è. Cosa manca nella grande mela, vetrina di ogni ben di Dio? I bambini. I bambini in giro per la città.
Naturalmente ci sono bellissimi musei per ragazzi e centri di animazione. Ma per strada i bambini non ci sono, né soli, né accompagnati. Così scrivono, per noi, Emanuela Bussolati e Paolo Tasini. Continuate a leggere e fateci sapere cosa ne pensate…
La metropoli non è fatta per i bambini. Anzi, a loro è proibita. Anche le nostre città corrono verso questo destino. Attenti per i nostri figli ad attraversare le strade, attenti agli sconosciuti, attenti a non far toccare nulla, a non far correre… che non scappi mai di urlare! Bambini educati a moniti e sfiducie. Come esempio e cartina tornasole rimandiamo a questo post sul sito attraversogiardini.it per meditare sulla dismisura dei divieti, oggetto di studio, di applicazione e di minacce, in una nostra comune scuola elementare.
Se osserviamo la cosa con gli occhiali del legislatore e dell’amministratore della cosa pubblica non possiamo che registrare come alla parola “bambini” scattino lucine rossa d’emergenza: la risposta che liquida il problema, mettendo tutti d’accordo è sicurezza. In nome di questa parola magica, assolutamente condivisa dalla maggioranza della popolazione, ai bambini toccano in sorte ambienti sempre più ristretti, controllati, dove tutto è prevedibile, perfino i giochi!
Di poco tempo fa è il divieto a bambini da zero a tre anni di giocare nel cortile del nido. Troppo chiasso e troppi rischi! C’è tutta la nostra costernazione (insoddisfazione) nel constatare la crescente plastificazione del terreno dei giardinetti delle scuole d’infanzia, perché i bambini non rischino di sbucciarsi le ginocchia né atterrando dal solito scivolino di plastica, né accanto alla sabbiera o alle altalene, giochi che, come più tardi le console elettroniche, non danno alcuno spazio alla creatività e avvicinano i bambini ai criceti in gabbia.
Il divieto di fare castelli di sabbia sulle spiaggie è l’ultimo dei nostri tribuiti al credo della sicurezza.
Diritto alla sicurezza? Ma la sicurezza non viene forse dalla padronanza e dalla consapevolezza? La “padronanza” è la qualità di chi conosce le sue cose e il suo territorio. E la parola “consapevolezza” di nuovo si richiama alla conoscenza.
Chi conosce, sa valutare i rischi. Un bambino esplora il mondo “esterno” fin dai primi momenti neonatali. Sussulta ai rumori, gira la testa, ascolta, guarda, valuta. Le ultime indagini neurologiche lo ritengono competente e semmai indicano che, rispetto alla grande apertura iniziale, poi opera via via delle selezioni. Ma come seleziona, se le esperienze gli vengono sottratte in nome della sicurezza?
Dunque bisogna mandare i bambini allo sbaraglio? No, bisogna permettere l’insicurezza. La molla cioè che spinge il bambino a cercare una relazione con la madre, con il padre, con il mondo. Che lo spinge a mangiare, a camminare e a vivere la vita. (il libro Il coraggio di essere coraggiosi, Carthusia edizioni, Barrilà-Bussolati, spiega ai bambini proprio l’importanza del senso di inadeguatezza) Sembra una contraddizione eppure, la noia e il torpore di una abitudine privano di alcuna esperienza che non sia scontata, portano allo spegnimento di qualsiasi interesse che non sia il possesso temporaneo di qualcosa: il giocattolo, il vestito, la moto eccetera. Tutte cose prevedibili.
Non è affatto prevedibile invece, l’incontro a tu per tu con un bruco. Il sibilo di un filo d’erba. L’appiccicosa arrampicata per conquistarsi un’albicocca calda di sole. La traversata avventurosa di un ruscello. L’impalpabile sensazione della sabbia di fiume sotto i piedi nudi. La comparsa di uno scoiattolo, seguita da una velocissima fuga. Le coccole di una marmotta ai suoi cuccioli…
Ma per stare vicino a casa, il suono e le possibilità creative di due legnetti trovati per caso, l’intreccio di uno spago, il rumore di un sasso che ne percuote un altro (e magari fa le scintille)… Tutte cose che insegnano la fisica degli elementi: il peso delle cose, la lunghezza, la materia…
Tutte cose che misurano il bambino con le proprie capacità effettive: il suo senso dell’equilibrio, la lunghezza delle sue gambe in un salto, la forza dei suoi muscoli. Gli danno padronanza di sé e rispetto per le difficoltà, autostima e capacità di valutazione dei propri limiti. Qualità indispensabili per attraversare serenamente la vita.
Non c’è rischio poi che possa dare un pugno a un compagno ignorando che un pugno fa male davvero e non crea effetti speciali come nei cartoni animati.
Non c’è rischio che le mani vadano nel fuoco, se si è sentito il bruciore di una scintilla.
L’aderenza alla realtà nella relazione con la propria fisicità e con quella del mondo non si impara di colpo, come la tecnica di lettura ma piuttosto per gradi, come il piacere della lettura, magari grazie al fatto che i grandi condividono questo piacere con i piccoli. E’ il recupero della parte selvatica che è stata indispensabile alla continuazione della vita umana, tanto quanto la parte sociale. Una imprescindibile dall’altra, perché comporta la presa in carico della padronanza, senza l’egoismo.
Cose che non si imparano né dai libri, né dai media ma per trasmissione generazionale, come l’etica. Così come, agendo il rispetto per gli altri, si insegna ai bambini al rispetto per gli altri, altrettanto si insegna la prudenza e il coraggio attraverso la condivisione di queste qualità.
Come si impara l’”acquaticità”, si riimpara, adulti e bambini la “naturalità”.
Ecco dove sta il margine di sicurezza: nel prendersi come adulti la responsabilità dell’esplorazione del bambino, avvertendolo dei pericoli, aiutandolo a valutare i rischi, permettendogli i rischi più piccoli e accettando di vederlo soffrire un po’, per conquistare il proprio posto su questo pianeta, che non può essere virtuale se non rinunciando a una significativa qualità di vita.
Non si tratta di tornare all’età della pietra. Quello che proponiamo alla riflessione è una riconquista del mondo di cui facciamo parte, perché il bambino non perda tappe essenziali della sua evoluzione fisica e psichica. Non dunque una “sostituzione” ma una “aggiunta” che arricchisce.
Nel libro “Il casello magico” di Juster Norton, si nasce per aria e si cresce via via verso la terra, fino ad appoggiarci i piedi. Ho l’impressione che tutti noi dobbiamo tornare a poggiare i piedi per terra, per scoprire quanti tesori siano gratuiti e a portata di mano. Prendersi la responsabilità di esplorare un territorio, gli alberi, l’acqua, per capire se si può lasciare che il bambino lo esplori, fa riprendere anche a noi un reale e creativo contatto con una natura che cerchiamo di addomesticare sempre di più, per ammirarne il fascino solo attraverso documentari o attraverso il vetro delle vacanze.
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