Le nuove politiche ambientali in Cina

nov 03, 08 Le nuove politiche ambientali in Cina

La settimana scorsa il governo cinese ha pubblicato il nuovo libro bianco dove vengono illustrati concetti e programmi per rendere l’industria (cinese) più ecosostenibile. E’ molto confortante vedere che il governo di quest’immenso paese è perfettamente cosciente dell’urgenza di nuove leggi per regolare le emissioni nocive dell’industria e di una politica mirata per salvaguardare l’ambiente. Ma il governo cinese insiste anche sul diritto all’industrializzazione dei paesi in via di sviluppo, e questo, dice, comporta per forza di cose un aumento di emissioni inquinanti e dei consumi energetici. Puntando il dito su questo argomento, tocca infatti il nocciolo del problema “ambiente”: finché l’industrializzazione, con il conseguente aumento dei consumi e delle emissioni inquinanti, avveniva in una ristretta parte del mondo, i danni ambientali erano contenuti e sopportabili.

Tuttavia già diversi anni fa, in alcuni ambienti come il Club di Roma , si diceva che i problemi ambientali sarebbero esplosi al momento in cui i cinesi avrebbero sostituito le biciclette con automobili e anche quando l’uso di carta igienica (in pura cellulosa vergine) si sarebbe diffuso in tutto il mondo. L’industrializzazione e il modello della società basata sul consumo conteneva sin dagli inizi il potenziale di una mina vagante – pronta ad esplodere al momento in cui questo si sarebbe diffuso democraticamente in tutto il pianeta.

Ma torniamo al libro bianco della Cina. Il programma prevede:

un allargamento della superficie boschiva totale di un quinto;

l’aumento della quota di energie rinnovabili al 10% della quantità totale entro il 2010 e a 15% entro il 2020.

Ancora nel 2003 soltanto 8% dell’elettricità cinese proveniva da acqua, vento, sole o terra. Comunque sia, ancora per un po’ di anni, il carbone rimarrà il combustibile più importante per la produzione di energia, ma saranno sempre più usate le tecnologie pulite.

L’anno scorso sono state infatti chiuse numerose centrali elettriche di vecchio tipo molto inquinanti (di una capacità totale di 14,3 Gigawatt). Anche numerose fabbriche hanno dovuto smettere di produrre per questo motivo. Ma la Cina intende anche prepararsi al “salto”, almeno parziale, da paese industriale a paese del terziario: questo diminuirebbe di colpo le problematiche ambientali. Chissa se questo si tradurrà per noi in un generale aumento dei prezzi!

Il libro fa poi capire che la Cina potrebbe esere anche disposta a trattare sulla riduzione delle emissioni di CO2, ma che non è disposta ad abbassare il traguardo della sua crescita economica. Il Paese del dragone si dichiara consapevole di essere, insieme agli Usa, il più grande inquinatore del mondo. Ma propone anche un’altra lettura dei dati: valutare l’inquinamento dei paesi dividendolo (democraticamente) per il numero dei cittadini e includere nel calcolo anche le emissioni prodotte per fabbricare merce a basso prezzo made in Cina, ma diretta al mercato statuinutense. In base a queste considerazioni risulta quindi, secondo il libro bianco, che i cittadini americani pesano molto più sull’ambiente che quelli cinesi.
Che dire in proposito? A ben guardare i cinesi hanno ragione con questa lettura dei dati: il concetto della democrazia va aggiornato, anche se ci fa male.

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