Malesia: la lotta dei popoli tribali in Borneo

In crescita. La Malesia sta facendo grandi progressi per assicurare uno standard di vita migliore ai suoi abitanti. Industrializzando il Paese, favorendo il turismo e promuovendo l’agricoltura, in particolare le coltivazioni di palme da olio. Ma a volte il progresso lede gli interessi di alcuni. Come i popoli tribali che vorrebbero, in gran parte, continuare a vivere come hanno sempre fatto. La questione è aperta, per esempio, nello stato del Sarawak, il più grande per estensione della Malesia, che si trova sull’isola del Borneo e gode di uno statuto autonomo. Il territorio è ricco di risorse naturali come gas e petrolio, e coperto da estese aree di foresta pluviale dove vivono, secondo i dati forniti da Survival International, circa 200.000 tribali. Molte altre persone, di origine tribale, vivono invece nei villaggi, e costituiscono quasi la metà degli abitanti del paese che sono 2 milioni. La gerarchia politica, però, è costituita dai malesi immigrati nell’isola in tempi più recenti; mentre commercio e industria sono per lo più controllati da comunità di origine cinese.
“La maggior parte dei popoli tribali del Sarawak vive nelle tradizionali “case lunghe” e coltiva riso” spiegano i rappresentanti di Survival International. “La tribù più numerosa è quella degli Iban, spesso chiamati Dayak, ma ci sono almeno altre due decine di tribù come i Kayan, i Kenyah, i Kelabit, i Penan. Negli anni ‘70, le terre dei popoli tribali hanno cominciato a essere espropriate nel nome dello “sviluppo”. Migliaia di persone sono state sedentarizzate o costrette a trasferirsi nelle città per lasciare il posto a disboscamenti per ricavare legname, miniere, turismo, dighe e piantagioni di palme. Sono stati ammassati in squallide periferie dove la malnutrizione, la mancanza di lavoro e le spaventose condizioni sanitarie alimentano problemi gravissimi e riducono le persone in povertà estrema.

Foto Survival INternationa

I coltivatori semistanziali sono stati cacciati dai loro territori e il governo ha detto ai Penan nomadi (che si cibano principalmente di una farina ricavata dal sago, una specie di palma; di carne cacciata e di frutti selvatici) che non avranno diritto a nessuna terra fino a quando non si saranno sedentarizzati. Lo stile di vita dei popoli tribali e il loro equilibrato sistema di diritti e doveri sono stati disgregati da leggi imposte dall’esterno e dalla propaganda statale sulla loro inferiorità culturale. Il governo, così, può ignorare o cancellare a piacimento i loro già ridotti diritti territoriali. Un progetto in atto, la diga di Bakun (in totale sono 12 le dighe in costruzione in Sarawak), sommergerà un’area della grandezza di Singapore e ha già costretto 10.000 tribali a trasferirsi senza adeguati risarcimenti. In cambio del loro stile di vita leggero e autosufficiente nella foresta riceveranno solo la povertà.

Nonostante le difficoltà però, negli ultimi tempi ci sono stati alcuni segnali incoraggianti. Nel passato, le compagnie potevano disboscare liberamente anche nelle zone ufficialmente riconosciute come territori appartenenti ai popoli tribali. I blocchi stradali sono riusciti, in alcuni casi, a far uscire le compagnie da queste aree e a far vincere loro alcune cause legali. Nel maggio 2001, gli Iban hanno vinto una causa importante: il giudice ha riconosciuto i loro diritti di proprietà sulle loro terre e ha affermato che le compagnie non hanno il diritto di lavorare nei loro territori anche se il governo gliene ha dato il permesso. I popoli tribali del Sarawak sperano che la continua resistenza li possa aiutare a riottenere il controllo delle terre ancestrali”.

Nicoletta